06 luglio 2009

l'immagine che il desiderio non fa spegnere...





L'immagine di te

Radiodervish

Come l’alba dentro i vicoli
Mi sorprende il tuo calore
Fingo ancora di dormire sai
Mentre scivoli da me

La tua assenza ha molte vittime
Io che non so più aspettare
Crollano chiese infallibili
Sulle spalle degli eroi

L’immagine di te
L’immagine
Che il desiderio
Non fa spegnere

L’amore che fa impazzire gli dei
Svanisce nei giorni che non avrò mai
Io dove sarò
Tu dove sarai

Notte che già scioglie i vincoli
Scopro al vento il mio dolore
Colmo il vuoto con i simboli
Mentre fuggi via da me

L’immagine di te
L’immagine
Che il desiderio
Non fa spegnere

L’amore che fa impazzire gli dei
Svanisce nei giorni che non avrò mai
Io dove sarò
Tu dove sarai
L’amore che mi separa da lei
Raccoglie la guerra che è parte di noi
Io dove sarò
Tu dove sarai

02 luglio 2009

eravamo quattro amici su un palco.



Arriva l'estate e a Parigi, come e più che altrove, fioriscono le iniziative all'aperto.
La Mairie del 3eme Arrondissement (quello del Marais, per intenderci) organizza per il dodicesimo anno consecutivo il "Festival des Soirs d'Eté che consiste in una serie di concerti,di vario genere, che si svolgono su un palco allestito proprio fuori dal palazzo della Mairie tra il 21 giugno (Festa della musica) e il 14 luglio (la presa della Bastiglia).
Ieri sera, per tanti diversi motivi, avevo voglia di uscire e mi è tornato in mente il volantino con il programma e ho cercato cos'era previsto.
Il programma prevedeva un concerto dei Gush, di un gruppo pop-rock parigino (ma anglofono).
La Rete oggi permette di farsi un'idea praticamente di qualunque cosa non si conosca, specie con la musica (Myspace e i canali YouTube sono perfetti per la promozione di band emergenti o poco note, certo, bisogna sapere di doverle cercare...).
Comunque, sono caduta sul video che pubblico in questo post. Sono quattro ragazzi parigini che hanno fatto una scelta musicale ben precisa, di ripresa di sonorità anni '60 e '70, che fanno con una certa abilità il verso a una dozzina di gruppi assortiti senza alcun pudore o timore reverenziale (Beatles inclusi).
Ho ascoltato un po' di cose qui e lì e mi è venuta a curiosità di sentirli dal vivo.
I pezzi non sono male, ma talmente aderenti ai modelli di riferimento, che a volte mi chiedo, nella mia abissale ignoranza, se non siano cover di pezzi noti e che sia per questo che mi sembrano tanto familiari.

Insomma, ho esitato un po', ma alla fine faceva troppo caldo per restare in casa, il concerto era gratis e troppo vicino a casa, e poi avevo una gran voglia di musica dal vivo e di dimenarmi un po' e di spensieratezza.
Così con una passeggiata di un quarto d'ora da casa mia in una serata ancora caldissima sono arrivata a destinazione, per evitare la disidratazione ho fatto una fila infinita nel vicino supermercato e mentre mi avvicinavo a dove è stato costruito il palco ho sentito che il gruppo aveva già iniziato.
Il pubblico era variegatissimo per età e e stile. Famigliole uscite di casa per non avere caldo e fermatesi lì. Ragazzini in giubbotto di pelle (lo giuro, con 30 gradi e un'umidità tropicale), bilkers, anziane signore, bambini.
Non molti erano lì apposta per i Gush.
In fondo nemmeno io.
Il concerto è durato un'oretta abbondante.
I quattro sul palco si impegnavano ma senza conquistare.
I pezzi erano eseguiti esattamente nello stesso modo in cui li ho sentiti su internet.
Le battute spiritose per coinvolgere il pubblico poco efficaci.
E poi, diciamolo pure, un po' se la tirano.
Alla fine ho ballato anche un po', chè in fondo la loro musica è fatta per questo, ma non mi sono scatenata, non mi sono lanciata, non sono riuscita ad essere coinvolta.
E poi il bassista non era il più freak del gruppo, regola che un mio ex mi ha inculcato e che non riesco a togliermi dalla testa (lui era bassista ed aveva un suo lato freak in effetti), anzi era il più pulito e fighetto dei quattro.

Alla fin fine sono quattro ragazzi di buona famiglia, di età indefinibile (più giovani di me forse, ma non di tanto), che hanno trovato una buona formula, ma troppo puliti, troppo fighi, troppo costruiti per colpire veramente al cuore.
E stringi stringi, anche se la copia è ben fatta, è sempre meglio l'originale.

Me ne sono tornata a casa sulle note di "Revolution" dei Fab4 (quelli veri) mentre il cielo era ancora chiaro e con addosso l'odore solito dei concerti all'aperto, canne, tabacco e birra (di cui però, accidenti, mi è rimasta la voglia... ).

nous nous aimions le temps d'une chanson



Sollecitata da una di quelle domande "difficili" tipo "ma cosa ti piace di più di Gainsbourg"( difficile perchè le risposte mi vengono sempre in ritardo - vedi la storia de "l'esprit de l'ecalier" poco sotto) e aiutata dal fatto che "qualcuno" mi ha fatto dono dell'opera integrale di Serge Gainsbourg a mo' di "porta fortuna" e di colonna sonora, proprio poco prima che partissi per il popoloso deserto, stamattina ho provato a stilare la mia personale playlist del Gainsbourg preferito.
C'è dentro un po' di tutto, dall'alienato poinçonneur des lilas al periodo raggae, dai brani con B.B., a quelli con Jane Birkin (che io adoro), da quelli più romantici e poetici a quelli più espliciti (a proposito, se qualcuno mi trova una versione bella di "Les Sucettes" non cantata da France Galle...).
Manca invece, volontariamente, "Je t'aime, moi non plus" ma non per pudore o decenza (ho messo "la dècadanse" e "l'eau à la bouche"...) ma perchè è la più inflazionata e nota. Resta un gran pezzo,ma , come dire, è ovvio che stia nelle preferite, no?
Per chi non conosce Gainsbourg, be', spero che sia una scoperta, per chi lo conosce invece, il dibattito è aperto!

01 luglio 2009

vento, musica, lacrime dolci,e nodi da sciogliere



Non è vero che le lacrime sono necessariamente una cosa negativa. Anzi, seppure spesso si pianga perchè si soffre (o si è sofferto) anche minimamente, per qualcosa, ci sono casi in cui le lacrime segnano una svolta, lo scioglimento di un grumo di tensione e di dispiacere dentro di noi, il dissolvimento di un motivo di malessere, la fine di qualcosa che ci fa andare oltre.
Possono essere piccole cose.
Ma che, come sassolini nella scarpa, ci fanno vivere male un'ora, un giorno, una settimana e non riusciamo a liberarcene.
E, almeno a me, quando finalmente il sassolino esce dalla scarpa il sollievo mi regala qualche lacrima dolce e spontanea.
Così oggi sono uscita dall'ufficio nella calda ma ventosa serata parigina ancora all'inizio, con un sole ancora altissimo e una luce ancora accecante, mi sono immersa in quel vento caldo e le ho lasciate salire e sgorgare tranquille.
E mentre quelle, poche, lacrime mi segnavano il volto sorridevo e canticchiavo ("friends will be friends", l'ennesima prova della telepatia della modalità casuale dell'i-pod).
Sì, piangevo, senza singhiozzi, senza sforzi, senza sofferenza, e sorridevo camminando a grandi falcate lungo la strada.
E ad ogni passo, ad ogni lacrima lasciata uscire, sentivo sciogliersi definitivamente uno di quei piccoli nodi che mi aggrovigliavano dentro le emozioni da qualche giorno.
Certo non tutti sono sciolti.
Ce ne sono che forse non si scioglieranno mai.
E altri che hanno ancora bisogno di tempo per essere separati dagli altri, affrontati e sciolti.
E nel frattempo, visto il mio modo di essere, di relazionarmi al mondo e alle persone, di nodi se ne formeranno altri.
Ma alla fine ci saranno sempre risate, o lacrime , brindisi o passeggiate per festeggiare lo scioglimento del prossimo.

Ora però scappo al concerto dei Gush, gentilmente offerto dalla Mairie del III arrondissement.

(il video perchè mentre rientravo a casa l'ipod mi regalava questo pezzo e mi sono riconosciuta nella prima strofa e questo mi ha regalato, a sua volta, una bella risata)

25 giugno 2009

L'esprit de l'escalier


In francese si dice così "avoir l'esprit de l'escalier" per descrivere quella situazione tipica di quando solo dopo che una conversazione si è chiusa ci vengono in mente le cose da dire.
Insomma quando ormai siamo "per le scale" e realizziamo quali sarebbero state le risposte giuste, le battute azzeccate, gli argomenti da utilizzare.

Ultimamente mi succede spesso.
Mi pare di perdere le occasioni per dire quel che dovrei e quel che vorrei.
E sempre, inevitabilmente, mi ritrovo a scendere metaforiche scale ripensando a quel che avrei dovuto dire e non ho detto, fare e non ho fatto.
Ma risalire le scale non serve a niente.
Il momento è passato e non tornerà.
Potrò dire quelle stesse cose in un altro momento, e magari saranno comunque efficaci e giuste.
Ma "quel" momento e "quella frase", insieme, non torneranno più.

16 giugno 2009

Illusioni

Ancora ci resto male.
Ancora mi sorprendo.

Quando una coppia scoppia.
Un gruppo rock si scioglie.
Una bottega storica chiude.
Due amici litigano.
Due soci si separano.

Quando qualcosa non va come dovrebbe.
Quando si chiude un capitolo.

La fine delle cose belle mi mette sempre un po' di malinconia.

In fondo mi piace ancora credere alle favole.

13 giugno 2009

On the bus

Una donna di poco più di trent'anni si interroga sull’identità dell’uomo che si è ritrovato seduto di fronte a lei sull’autobus che li porta in città dall’aeroporto.

Possibile che sia lui, quello che allora, in un’altra città, in un’altra epoca, in un’altra stagione, le aveva rivolto la parola in riva al mare in una giornata caldissima e ventosa e l'aveva portata via?
No. Non è possibile. Sarebbe una coincidenza troppo incredibile.
Lo stesso paese, ma un’altra città. Dopo quasi 10 anni.

Però ha avuto la sensazione di conoscerlo subito (pur non riconoscendolo), appena si era seduto parlando al cellulare. Eppure non ne ricorda più la voce. Forse il modo di muoversi, l’espressione del volto. La forma degli occhi, quelle piccole rughe di espressione. Le sembra che anche lui la guardi di sfuggita come per capire se la conosce. E lei sa di non essere poi cambiata tanto in quei dieci anni. Però ha paura di incrociare il suo sguardo.

E poi, no, non può essere lui. Lui aveva gli occhi di un azzurro intenso, particolare, tagliente come il vetro. Due fessure da cui passava una luce che poteva trafiggere con la sua freddezza. Ne ricorda ancora l’intensità con esattezza, ricorda come la guardavano attraverso il casco da motociclista.

Sul pullman è buio. Non si riesce a distinguere il colore degli occhi. L’uomo continua a parlare al telefono. Lei si sorprende ancora d più nel sentire di cosa parla. Moto, limiti di velocità… Le tornano in mente le corse pazze in moto con quello sconosciuto durante quei giorni lontani di estate. La paura per la velocità, l’incoscienza, l’adrenalina.

“Se ha gli occhi azzurri è lui.” si dice la donna. In quel momento, proprio nell’esatto momento in cui lei pensa questa frase, un raggio di luce di un lampione colpisce gli occhi dell’uomo di fronte a lei. Sono di un azzurro intenso, particolare, tagliente come il vetro. La donna prova a razionalizzare, dev'essere autosuggestione, non può essere lui.
Eppure la statura, il fisico, lo sguardo, l’età approssimativa, tutto corrisponde.
Ma lei non lo ricorda. Non ricorda più il suo volto. Non ricorda più niente di quell’uomo che allora non ancora trentenne, le aveva fatto vivere quell’avventura d’estate lasciandola poi sola con i suoi rimpianti e pentimenti.
Ricorda le parole che lui le aveva detto. I gesti. Ogni momento di quei giorni strani. Ricorda l’eccitazione e la tristezza, la galanteria che mascherava solo il proprio egoismo. Ricorda i momenti di trasporto e di imbarazzo. Gli appuntamenti, le brevi telefonate, le cene.

“Quando non sei qui mi dimentico di te”. Quella frase gratuitamente crudele e inutilmente superficiale l’aveva ricordata spesso in seguito.

Eppure niente, a parte l’immagine dei suoi occhi nella maschera del casco non riesce a ricordare altro.
Non era andata bene tra loro. Non era andata come lui voleva nè come lei voleva. Ha ancora in mente il momento in cui era scesa per l'ultima volta dalla sua moto una mattina, dopo una brutta notte, sapendo che non si sarebbero mai più rivisti.

E' lui o non è lui? E’ possibile essere stati fisicamente tanto vicini ad una persona, seppur brevemente, tanto in intimità con qualcuno da aver mangiato alla sua tavola, dormito nel suo letto, usato la sua doccia eppure non riconoscerlo a distanza di 10 anni?

L’uomo si alza in anticipo per prepararsi a scendere.

Quando lei scende a sua volta è già sparito chissà dove.

Se era veramente lui non lo saprà mai.
E non è poi così importante, in fondo.

03 giugno 2009

Sete

[in caso di dubbio, visto che c'è chi si è preoccupato, lo preciso. Sto bene, non è un post autobiografico, non alla lettera almeno. Ok, tranquillizzati?]



Avrei voglia di prendermi una sbronza. Di quelle colossali, serie e solitarie. Di quelle tristi, prese coscientemente al solo fine di smettere di pensare (o di rendere più ossessivi i pensieri).
Qui chiusa tra le quattro mura di questo appartamento che oggi mi pare più piccolo che mai, sola con me stessa e con i miei pensieri aggrovigliati ed inutili, per la prima volta nella mia vita ho la voglia concreta di bere fino a stordirmi.

Mi immagino uscire di casa, andare nel primo supermercato ancora aperto e scegliere qualcosa di forte, qualcosa che magari non mi piace neanche, tanto per rendere ancora più dolorosa l’esperienza. Perché poi a me, a parte il vino e la birra, non è che piaccia tanto bere. Mi vedo andare alla cassa con aria quasi di sfida, come se mi si leggesse in faccia che voglio scolarle da sola per crogiolarmi un po’ nella mia incomprensibile ed immotivata disperazione.
Mi vedo anche tornare a casa, magari trascinando anche un po’ i piedi, come se fossi già ubriaca, salire le scale, entrare e sedermi al tavolo della cucina e cominciare a riempire i bicchieri uno dopo l’altro. Di rhum magari, o magari no, di gin. Nemmeno la finta di prepararmi un cocktail. Un bicchiere dopo l’altro, come prendendo una medicina.
Mi immagino così, senza la minima indulgenza ad un po’ di autoironia, la mia lenta discesa verso l’alcolismo (non c'era una canzone dei New Pornographer che si intitolava così?). Io che praticamente non bevo mai.
Che brutto spettacolo.
Devo smettere di vedere certi film drammatici che passano in terza serata. Mi restano appiccicati addosso i luoghi comuni e non riesco a scollarli dagli occhi e dalla testa.


E’ incredibile, ho “veramente” la bocca asciutta e il desiderio tutto razionale di qualcosa di alcolico. Io che non ho mai trovato che gli alcolici dissetassero … eppure.
E poi è assurdo, che io di sbronze ne ho prese poche e tutte quasi “per sbaglio” , da “giovane” e per divertirmi. E quello stordimento non mi ha mai tolto i pensieri dalla testa, non del tutto e comunque mai abbastanza a lungo da farmeli dimenticare. Non mi ha mai fatto sentire veramente meglio.
Devo smettere di ascoltare Janis Joplin, lei alla mia età non ci è nemmeno arrivata. Che può avere mai da dirmi lei? E poi lei si drogava, niente a che vedere...
Poi sono troppo vecchia per sentire il fascino romantico del maledettismo e dell’autodistruzione.

Dovrei sentire la sana attrazione della vita e della magia del suo gioioso reiterarsi. Lo dicono tutte le statistiche sulle mie coetanee. (tic tac, tic tac...).
Gesù, ma da dove le tiro fuori certe espressioni?
Devo smettere anche di leggere le riviste femminili, o almeno gli articoli di costume e la posta del cuore. Non mi fanno bene.
Non ho nessuna voglia di restare qui a rimuginare. Ma non ho nemmeno nessuna voglia di uscire.

E cazzo se ho sete…
O forse ho solo voglia di smettere di sentire il ronzio assordante dei miei pensieri, dei miei dubbi, delle mie delusioni. Qui dentro sembra che il suono del loro aggrovigliarsi dietro le mie sopracciglia aggrottate rimbombi contro le pareti. Ma quando esco è anche peggio. E’ come se il movimento dei passi, l’aria aperta, li alimentasse di nuova energia per mischiarsi, incrociarsi, produrne di nuovi più cupi e più spaventosi.
Ecco cosa succede a chi ha delle patologie psichiatriche, agli schizzofrenici, vogliono scappare da sé stessi ma non possono. E’ così che diventano pericolosi.
Va bene, basta con i telefilm poliziesco –psicologici.
La verità è che sono troppo influenzabile. Dovrei smettere con tutto.

Non c’è via di scampo. A parte, forse, affrontare la mia testa di Medusa. Guardarmi in faccia allo specchio senza paura di restare pietrificata e cominciare a combattere uno per uno quei serpenti, quei pensieri aggrovigliati.
Parola dopo parola, costruisco una realtà nuova, , una dopo l’altra taglio ciascuna di quelle piccole testoline sibilanti. Potrebbe funzionare. Almeno per un po’. Almeno fino alla prossima voglia di sbronza.

02 giugno 2009

Casual Musical



Uscita dall'ufficio mi sono aggirata pigra e svogliata tra camicie da notte e biancheria intima nel vicino grande magazzino senza trovare qualcosa che mi andasse davvero di provare e di comprare.

Allora sono uscita, con la musica nelle orecchie in modalità casuale.

La mia vita a volte sembra un musical. Certe volte grottesco, altre romantico, altre ancora semplicemente colorato e ballerino, altre mi piacerebbe fosse puro bollywood. A volte però sembra un video musicale trash.
Oggi, per qualche minuto, mi sembrava la sequenza di finale di un film, quelle che cominciano ad accompagnare i titoli di coda.
La protagonista passeggia per le strade seguita dalla cinepresa. Il sole sta iniziando lentamente a calare, ma è ancora alto, nel tardo pomeriggio estivo di Parigi. Il cielo è di un azzuro smaltato. C'è vento. I capelli sono scompigliati, il passo in sincrono con la musica. (Edit Piaf - Le Cri du Coeur - che banalità, a Parigi, la Piaf... e invece no, perchè è una Piaf vitale ed allegra e una Parigi che sembra finta da quanto è perfetta).

Insomma mi sentivo così, nella sequenza finale (o iniziale?) di un film. Saltellavo attraversando la strada veloce per anticipare le macchine allo scattare del semaforo. E sbucata oltre le arcate che separano rue de Rivoli dalla Cour Napoléon mi sono diretta, sempre con passo cadenzato dalla musica verso la piramide, tra le fontane in cui l'acqua scorre come un velo e si increspa con il vento. Mi sono seduta rivolta al sole, stringendo le palpebre per vedere nel luccichio del sole sull'acqua (Un colpo al Cuore - versione di Petra Magoni). Mi sono messa a leggere, o meglio, mi sono fatta scudo del libro per non fissare i pochi (visto il luogo) turisti che mi sfilano accanto, davanti, dietro, ma questo non mi ha esentata dal dover scattare la foto di rito ad una ragazza giapponese con occhiali scuri e completo bianco (Jeanne Lee che canta Mingus mi ha fatto ripensare ad un anno fa e, con una punta di rimpianto, alla mancata esibizione di lunedì prossimo). Ho chiuso gli occhi (a Mingus si succedono le note di "Parla Piano" di Vinicio Capossela... ci voleva proprio...) e il mio sorriso si è allargato sempre più sul mio volto. Era ora di alzarsi e andare verso casa (Midlake - Branches). Attraversare la piazza fino al Palais Royal e poi i giardini (Alain Souchon: Sous les Jupes des filles, perfetta!) e poi verso casa (Joao Gilberto - A Samba da Minha Terra).
E mentre camminavo ero invasa da una serenità inconcepibile qualche settimana fa, poco concretamente vicina anche solo due giorni fa. Una tranquillità e un'allegria sorprendenti anche per me stessa.
Forse sto riappacificandomi con la mia decisione di partire, e infine, dopo quasi tre mesi dalla mia partenza, con questa città.

Finale. Aretha Franklin (You make me feel like a ) Natural Woman.

31 maggio 2009

Quasi estate


La settimana trascorsa a Milano è stata intensa e veloce.
Ed è stato strano partire da Parigi di domenica per tornarci di venerdì sera, all'inverso del "solito" ritorno per il weekend.
Mi ritrovo, come quando sono partita, a Parigi come in vacanza, a fare la turista.
Troppo vuoto da riempire nelle mie giornate che lascia spazio a troppi pensieri.
Bisogna fare. E così si cammina. Lungo la senna luccicante, con il vento tra i capelli, il calore del sole sulla pelle e un cielo di un azzurro trasparente.
La Senna scorre. I bateaumouche vanno avanti e indietro. I turisti fotografano la toure Eiffel e intanto un grosso gatto peloso si trascina lungo una passerella per raggiungere il suo posto sul ponte di una casa galleggiante.
Di fronte al palazzo di Radio France incontriamo una festa, o forse una protesta di Radio France International.
C'è musica. Vento e voglia di ballare. E a pochi passi una Statua della Libertà in miniatura guarda verso il fiume che scorre.
Si cammina. Si cammina.
Al Parc Citroen si riposa.
Ad occhi chiusi.
Le voci dei bambini che giocano con l'acqua degli zampilli qualche metro più in là, il sole caldo e alto, la brezza. Suoni e sensazioni da spiaggia, come il rossore sulla pelle che il sole mi ha lasciato dopo questa lunga passeggiata.
Ci siamo, è quasi estate.

19 maggio 2009

Nous sommes étrangers à Saint Germain des Prés.



Ieri mi sono regalata una serata praticamente perfetta.
Armata del mio biglietto acquistato on-line con qualche giorno di anticipo per trovare un modo di "costringermi" ad uscire, ho preso la linea 4 da Strasbourg-Saint Denis per scendere a Saint Germain (che è uno dei miei quartieri preferiti... lo confesso ). Pochi minuti a piedi ed eccomi in rue de Saint Guillaume, Amphithéâtre Boutmy de Science Po.
Enrico Rava Quintet in concerto per il Festival Jazz à Saint Germain.
L'atmosfera della sala molto piacevole. Una vera aula universitaria, con sedie di legno (scomode) e visibilità dalla balconata limitatissima, se non nei posti frontali. Ma grande calore del pubblico. O forse ero io ad essere dell'umore giusto. Nemmeno lo scoppio del temporale nell'istante in cui sono arrivata davanti al portone (chiuso) e le mie ballerine che si sono riempite d'acqua all'istante ha scalfito la mia allegria.
In ogni caso la fortuna (o la sfortuna di Rava...) ha voluto che la sala non fosse del tutto esaurita e così con il mio biglietto da 17€ sono riuscita ad assistere al concerto da dei posti migliori del previsto.
Non mi piace scrivere "recensioni" degli spettacoli a cui assisto, quindi anche questa volta eviterò, anche per evitare di mostrare tutta la mia ignoranza in materia jazzistica.
Il concerto a me è piaciuto molto e ho anche notato che nel corso degli ultimi due anni la mia attenzione nell'ascolto del jazz è cambiata e maturata molto (resto ignorante, ma la sensibilità è cresciuta) e anche questa è stata una bella sorpresa. Le formazioni come quelle di ieri mi piacciono molto, sono varie e complete.
La sensazione di calore e di partecipazione è stata intensa e mi ha accompagnata anche dopo il concerto. Gli spettatori si sono sparpagliati nelle varie direzioni all'uscita dal teatro, chi canticchiando, chi fischiettando, chi parlando del concerto, ho colto anche qualche frase in italiano.
Sono tornata sui miei passi, piena di un'allegria inconsueta in queste settimane. Ho camminato lungo Boulevard Saint Germain. La strada era tranquilla, ma non deserta e buia, caffè e ristoranti ancora aperti, due librerie con clienti lettori che si attardavano tra le pile di libri alle undici di sera, infine il campanile della chiesa di Saint Germain illuminato.
LA degna conclusione della serata è stata la gauffre alla nutella calda comprata al volo prima di entrare in metropolitana, con tanto di dita appiccicose di crema alle nocciole.
Uscire da sola non è poi così male.

17 maggio 2009

Guardarsi allo specchio (la nuit des musées e altro)



Come spesso succede i piani originari di una serata possono essere modificati in tutto o in parte dalle circostanze. Non che ieri ci fosse un piano precisissimo (e questo è già un bene), quindi poco male.
Ieri era "La nuit des musées". Tutti o quasi i musei parigini (anzi, europei...) erano aperti fino a mezzanotte e molti proponevano, oltre all'ingresso grauito alle proprie esposizioni, proiezioni, concerti, spettacoli etc.

Quando siamo arrivati al Musée Carnavalet con l'idea (mia... ehm) di entrare a sentire uno dei due concerti di musica da camera previsti per la serata abbiamo dovuto desistere davanti ad una fila che quasi girava intorno all'isolato. Così, poco convinti, giusto per curiosità, ci siamo diretti verso il Musèe Piccasso (che ho scoperto ieri essere il più importante museo del mondo su Picasso... e io che pensavo fosse quello di Barcelona... mah). E invece siamo stati fortunati. La fila c'era, ma assolutamente gestibile.
Nel mettermi in fila, distrattamente, lì per lì, non ho notato niente di strano. Poi, avanzando nella fila e cambiando prospettiva, mi sono resa conto che la facciata dell'edificio che mi pareva di vedere "intera", era invece tagliata, esattamente a metà, da una parete riflettente che dava l'illusione dell'"interezza" proponendo invece un "doppio", un "riflesso" della facciata, del cortile e dell'interno dell'edificio.
La combinazione di questa struttura a specchio e dell'inserimento nei vetri delle finestre di quadrati di vetro di cinque colori diversi costituiva l'esposizione temporanea ospitata dal museo, "La Coupure" - opera "in situ" di Daniel Buren. Purtroppo l'aver visitato il museo in notturna non ha permesso di apprezzare al meglio il gioco di trasparenze colorate e di riflessi che l'opera crea durante il giorno (sto meditando di tornare di gioeno una seconda volta prima di settembre quando l'installazione verrà smontata).
La visita al museo è stata piacevole, per quanto forse avrebbe necessitato di più tempo e di maggior lucidità (la lunga passeggiata del pomeriggio e il margarita dell'aperitivo non hanno aiutato). Mi restano soprattutto le suggestioni delle opere plastiche di Picasso che conoscevo meno (soprattutto quelle dell'ultimo periodo della produzione) e la sensazione di un'opera immensa, mutevole, sempre incredibilmente personale e forte.

La serata è continuata piacevolmente intorno ad un tavolo (unico neo la mia anatra così poco cotta che affondando la forchetta la sentivi fare "quack!") con persone per me quasi tutte sconosciute, ma con la convivialità sufficiente a smorzare il disagio dato dalla poca dimestichezza con qualcuno. Conversazione rilassata e piacevole, un po' di timidezza (mia) di troppo, esperienze diverse e al contempo simili al confronto e perfino scambi di battute da fine campionato.

Solo il rientro solitario a casa, la consueta insicurezza nel trovare la strada uscita dalla metro ,e la sensazione di "vulnerabilità" che ancora mi prendono la notte mi hanno fatto sentire di nuovo la solitudine. Che non è (soltanto) la mancanza di compagnia, ma è soprattutto la sensazione di essere "senza rete", nel senso da una parte di non avere una "rete" di legami, di presenze, di affetti, ma anche una "rete di sicurezza", qualcosa che ti faccia sentire, per quanto solo "psicologicamente" protetta.
Dopo aver camminato veloce per le strade bagnate fino a casa, aver aperto la porta e averla richiusa alle mie spalle non mi sono sentita più al sicuro, ma più inesorabilmente "sola" nel non trovare l'accoglienza di una presenza amica che non fosse la mia.
E allora la compagnia, piacevole e spero non episodica, della serata mi è sembrata un po' come quello specchio nel cortile del museo. Un'illusione di interezza, un effetto ottico, un inganno della mente a nascondere quel taglio che, in un certo senso, mi lascia ancora "dimezzata".

p.s. il video di Caparezza perchè è ora di guardarci in faccia, abbiamo 30 anni passati, siamo usciti dal tunnel de divertimento, passiamo i sabato sera ai musei e al ristorante. Finalmente.

13 maggio 2009

Campare di rendita (piccola invettiva)

Da quando mi sono tasferita la mia immagine dei francesi anzi, dei Parigini, si è andata componendo con tratti anche piuttosto inattesi. Ad esempio, a noi italiani esterofili e provinciali per definizione viene sempre da pensare che altrove siano più efficienti, più onesti e più lavoratori di noi. Se è vero che a volte ci difetta l'organizzazione statale, quella che fa in modo che almeno i servizi ci siano (indipendentemente dall'efficienza del loro funzionamento), e magari un po' di creatività e di inventiva del decisore pubblico nel trovare nuove soluzioni ai problemi che si possono ritrovare simili in tutte le città del mondo occidentale, è vero però che la nostra famigerata "arte di arrangiarci" e un certo calore nei modi fanno in modo che le carenze strutturali vengano almeno in parte compensate dal calore e dall'originalità dei singoli.

Insomma, in una città come Parigi i servizi non mancano. Si è pensato proprio a tutto e una certa mentalità orientata alla "collettività" impregna anche alcune iniziative private (per esempio c'è chi ha pensato ad un noleggio di pianoforti elettrici a "ore", dando la possibilità ad esempio a chi inizia a studiare lo strumento di esercitarsi senza doverlo acquistare e portare a casa). Ma la mia personale esperienza è quella di una certa mancanza di un'aggiunta "personale" al servizio.
Non solo non c'è cortesia (i modi sbrigativi dei parigini saltano all'occhio di chiunque si sia fermato anche solo a prendere un caffè), e, per citare Elio, non c'è nemmeno simpatia, ma non c'è alcuna partecipazione personale e soprattutto non c'è efficienza.

Basti pensare che al Louvre esistono degli assistenti per poter fare il biglietto di ingresso alle macchinette automatiche, il che è un controsenso, perchè le macchinette automatiche sono pensate proprio per evitare che siano necessarie altre cassiere per fare i biglietti.
Inutile dire che nè le cassiere nè le assistenti alle macchinette sorridono o sono gentili. Anzi, probabilmente ti danno degli ordini, come le addette al controllo di sicurezza di CDG che tendono a intimidire il passeggero più che ad aiutarlo nella complicatissima operazione di superamento del metal detector.

Non c'è cortesia, non c'è simpatia e non c'è efficienza.
Insomma, non sono burberi e scortesi perchè hanno mille cose da fare bene e in fretta.
Anzi, quel che ho notato è una flemma a volte quasi irritante.
E nell'irritarmi emerge il mio efficientismo milanese e la crescente liberazione da un inspiegabile complesso di inferiorità.

La mia vicenda con l'agenzia immobiliare che mi affitta la casa è solo uno dei molteplici esempi di questo "lasciarsi andare", di questo "servizio minimo", di questo essere "blasé", quasi infastiditi di dover lavorare e per di più per qualcuno che non è nemmeno parigino e che si permette di lamentarsi.


E va be', non posso mica sempre dire che è tutto meraviglioso, no?

11 maggio 2009

Ma pure Milano nel suo piccolo...


Eccomi reduce da un intenso fine settimana milanese.
La mia vita sociale e mondana degli ultimi 2 mesi sembra essersi concentrata in poco più di 48 ore ma ne è valsa la pena.

Iniziamo venerdì sera, da poco scesa dall'aereo e in preda ad un vero e proprio shock termico (a Milano ci sono circa 25-27 gradi e un sole che spacca le pietre) ho avuto il privilegio di un aperitivo molto atipico vicino casa con porzione della famiglia (tra cui mio nipote di 4 anni che ha fatto onore alle patatine del Tortuga così come noi altri alle nostre birrette). Poi dritti allo Spazio Oberdan che in questi giorni festeggia i suoi 10 anni di vita.
Potere di Facebook sapevo che venerdì sera si sarebbe tenuto UKEit, l'unico festival di Ukulele Italiano.
No, non guardatemi strani, UKEit è un'iniziativa dell'Istituto Barlumen (il sito è stato tutto rifatto e arricchito, soprattutto nei player di ciascuna sezione, esploratelo!) di cui, peraltro, vi ho già parlato abbondantemente in passato. I miei "idoli" radiofonici (Cappa&Drago) ne hanno pensata un'altra delle loro, diffondere l'ukulele in Italia e lo fanno con il supporto sostanziale di musicisti e artisti variegati e variopinti che si sono raccolti venerdì sera su un palco a folleggiare. Sempre potere di Facebook sapevo che una mia conoscenza del corso di canto jazz avrebbe partecipato, così, un po' per caso e un po' apposta, ci siamo incontrati lì, poi c'èra LaRobi e v'ho già detto praticamente tutto.
Dopo i fuochi di artificio musicali la serata si è conclusa con amichevoli chiacchiere fugaci con il batterista dei Selton nonchè con Luca Gemma (onoratissima!) e perfino con scambi di frasi con i sudatissimi, stanchissimi ma sempre meravigliosi Cappa e Drago (posso dirmi una donna arrivata...).
Poi io, che sono una malata di mente con saltuarie manie collezionistiche ho portato a casa anche il booklet de "La Fabbrica di Polli" e il cofanetto di Sam Torpedo (e ditemi quando mai mi rileggerò l'intera sceneggiatura radiofonica?). Non sono andata pienamente in modalità "groupie" solo perchè sono un po' timida...
Già così potevo ritenermi appagata (più che appagata).

Ma non contenta di ciò sabato mi sono data allo shopping altruistico (regali) tra negozietti pseudoalternativi, grande distribuzione e minimalismo orientale e poi, visto che "sono una donna colta" io e la dolcemetà ci siamo diretti al Piccolo Teatro Strelher a vedere "La Cimice" di Majakovskij - attore protagonista Paolo Rossi, regia di Serena Sinigaglia. Ed è stata una sorpresa. Uno spettacolo ricco (scenografie, effetti, costumi, musiche), dinamico, coinvolgente. Un testo interessante senza verità preconfezionate, figlio del dubbio e della delusione del suo autore. Il teatro pieno (forse merito dei biglietti della community a 10 €, ma tant'è), ma la bella sensazione di essere usciti un po' meno ignoranti di come si era entrati e di aver condiviso una scoperta (e non una conferma, come troppo spesso succede) con la maggior parte degli altri spettatori.

E poi c'è stata la domenica con un apparentemente milanesissimo e innocuo brunch (esperienza mai provata prima d'ora) ma con un gruppo di amici eterogeneo e compostosi per stratificazioni successive e praticamente casuali. Dopo poch convenevoli l'atmosfera si è fatta subito rilassata ed amichevole e dopo esserci più che abbondantemente rifocillati la nostra guida (colei si è guadagnata il titolo presentandosi armata del libro" 101 cose da fare a Milano") è iniziata la perlustrazione del quartiere (S. Eustorgio, uno dei più bei posti di Milano, polline e innaffiatori da prato del Comune a parte). Abbiamo iniziato col tentare di entrare nella Chiesa di S. Eustorgio nella speranza di vedere la tibia di Melchiorre, ma ci hanno chiuso il portale in faccia, allora, cercando la Cappella Portinari ci siamo imbattutti nel chiostro/cortile della parrocchia, completo di palloni, porte da calcio e ben 2 calciobalilla. I più irresistibilmente ancora bambini del gruppo non hanno potuto contenere l'irrefrenabile istinto di mettersi a giocare regalando a chi non ha avuto questo coraggio momenti di grande calcio, ma soprattutto di grande ilarità. Sempre guidati da 101 cose da fare a Milano abbiamo proseguito per il parco delle Basiliche (Pza Vetra via...) e, sempre immersi nel polline (esciù!) ci siamo goduti la tranquillità domenicale del parco, le Colonne praticamente deserte e la frescura della chiesa di San Lorenzo (con, dice la guida, una riproduzione esatta dell'ultima cena di Leonardo... che però così esatta non ci è parsa) ma soprattutto parecchie notizie su come era il quartiere nei secoli e nei decenni scorsi.
La calura fuori dalla chiesa nonchè l'episodio di calcio da oratorio ci ha fatto pensare che la miglior conclusione per il tour fosse un bel ghiacciolo finchè non ci siamo ritrovati al punto di partenza.
Infine ieri cenetta in famiglia per festeggiare un paio di compleanni e piccola bottarella di malinconia nel dover ripartire questa mattina.
Ho viaggiato sullo stesso volo di Fabio Fazio, però... vuoi mettere con Cappa&Drago?

07 maggio 2009

Piccole scoperte musicali

Non li ho potuti vedere in giro per Parigi come si vede nel video, nè riuscirò probabilmente a vederli dal vivo in concerto (le date Parigine cascano male), ma li ho "incontrati" per caso un sabato pomeriggio piovoso alla Fnac ad ascoltare musica praticamente "a caso".
Sono piacevoli e mi mettono allegria (e dal video direi che non è solo a me che fanno questo effetto) E stanno facendo un po' da colonna sonora di queste ultime settimaneò.
Si chiamano Karpatt ed è appena uscito il loro ultimo album (il quarto credo) dopo 7 anni di silenzio.


06 maggio 2009

Tout le monde en parle

Accendo la radio e di cosa parla il causticissimo Stéphane Guillon (un appuntamento mattutino immancabile...)?



Sullo stesso tema vi segnalo invece l'infallibile Zoro.



p.s.
consiglio ai francofoni: cercate le puntate di Stéphane Guillon sulle dichiarazioni del Papa sui preservativi o su Rachida Dati (ce ne sono diverse) sono tutti sul sito di France Inter.


04 maggio 2009

Talpa da biblioteca




Quando si cammina da soli per un posto ancora poco conosciuto può capitare di essere più attenti a quello che accade intorno, alle persone, ai gesti, ai luoghi, alla loro particolarità o alla loro "tipicità".
Di solito non ci si guarda molto attentamente intorno in cerca di qualcosa che ci possa colpire quando si attraversa un centro commerciale, per di più sotterraneo.
Ci si è entrati in cerca di qualcosa, o solo per entrare e uscire dai negozi e poi, distrutti dallo shopping si esce velocemente, verso casa.
E però, se anche in posti come questo si presta un po' di attenzione ci si può imbattere in posti molto interessanti.

Nel mio caso , provando a fare un po' attenzione alle indicazioni, alle insegne e ai manifesti appesi qui e lì, ho "scoperto" che sotto i giardini di Les Halles (per inciso a 10 minuti a piedi da casa mia) si "nascondono" almeno quattro posti per me molto interessanti.

Uno è senz'altro la Piscine Suzanne Berlioux , splendida piscina olimpionica aperta tutti i giorni per il nuoto libero fino ad orari tardi (sconsigliati per una fanciulla sola, anche se siamo in centro, i meandri di questi sotterranei, nonostante il cinema multisala ad un passo non sono proprio raccomandabili) con la vasca circondata da piante tropicali per evitare il senso di "claustrofobia" dovuto alla posizione sotterranea. Non ci sono ancora andata a nuotare (perchè sinceramente preferisco passeggiare col naso in su se ho un po' di tempo), ma mi riprometto di farlo prestissimo (sperando di non affogare a metà della prima vasca per il poco allenamento!).

Ma, lasciando da parte l'attività fisica e la cura del fisico (che non sono mai stati il mio forte) eccogli altri luoghi che hanno attirato la mia attenzione.

La Médiathèque Musicale de Paris, una mediateca, appunto, specializzata in musica, di tutti i tipi.
Entrando si respira un'aria molto particolare, la stessa che secondo me si respira un po' nella sala Verdi del Conservatorio. Un luogo di cultura musicale, fatto per essere "usato", consumato, frequentato. Quell'aria un po' datata dell'arredo e della disposizione degli espositori. Insomma un'atmosfera da luogo in cui la cultura viene respirata e vissuta senza lo snobismo, la ritualità e l'esasperata sacralità che spesso siamo abituati ad associare a questo genere di posti. Un posto con l'apparenza un po' dimessa di una biblioteca di quartiere ( "friendly" si direbbe oggi) ma con un livello elevato di offerta culturale (e l'accesso wifi, era necessario precisarlo?).
A pochi passi, scendendo le scale verso la "Place Carré", seguendo una freccia rossa si trovano uno accanto all'altro il Forum des Images e la Bibliothèque du Cinéma François Truffaut che hanno un aspetto meno "dimesso" della médiathèque, anzi decisamente più "moderno" (la biblioteca in effetti è stata aperta al pubblico pochissimi mesi fa), ma sempre molto piacevole e accogliente.
Il primo può essere definito un cinema d'essai, ma è di più in realtà. Un luogo di incontro, in cui si svolgono proiezioni, rassegne, conferenze, incontri praticamente a tutte le ore. Non ho ancora esaminato programmi e prezzi nel dettaglio, ma conto di farlo presto.
La seconda (già solo il nome dovrebbe dire tutto...) è un'altro paradiso multimediale per cinefili.
Fare un abbonamento annuale alla Bibliothèque du Cinéma per prendere in prestito materiale stampato (libri, riviste) non costa niente, invece per poter prendere a prestito per un anno dei CD si pagano 30€ se poi si vuole poter prendere in prestito anche i DVD (e vorrei ben vedere) l'"astronomica cifra" sale a 61€. E va bene, qualcuno di voi penserà che non è poi così poco, son pur sempère 5€ al mese e poi dipende da quanti DVD pensi di prendere (ne puoi prendere fino 5 per volta) e per quanto tempo li puoi tenere (tre settimane...).
Ma la vera cosa meravigliosa di questo abbonamento a pagamento è che... è valido in TUTTO il circuito delle "bibliothèques de la ville de Paris", cioè quindi anche per la Médiathèque Musicale e anche tutte le biblioteche specializzate della città.
Tra l'altro le varie biblioteche sparse nei 20 arrondissements propongono numerose iniziative, incontri, conferenze concerti (per esempio in collaborazione con i conservatori) e pubblicano una rivista per promuoverle che si trova gratuitamente nelle biblioteche ma anche on line.

Io domani (oggi erano chiuse sia la mediateca che la biblioteca) vado a fare il mio abbonamento annuale, la fototessera ce l'ho già (e speriamo che non serva un numero di conto bancario francese, a volte serve quando meno te lo aspetti...).

Alexander Calder - Les annèes Parisiennes

Un modo apparentemente normale di passare un sabato mattina, vivendo a Parigi.
Ci sono due grandi mostre al Centre Pompidou e allora si approfitta del ponte, della giornata che non promette niente di buono quanto al clima e si va.
E invece non è una mostra come un'altra quella che si va a vedere, nè un momento come un'altro quello che si trascorrerà.
L'esposizione sugli anni parigini di Alexander Calder è un viaggio nel suo mondo (partendo dal Circo meccanico per passare attraverso le sue opere di fil di ferro, i ritratti, le caricature, gli animali...), un mondo giocoso e divertente, un mondo tridimensionale ma con la leggerezza del segno grafico, un mondo in movimento e in continuo mutamento.
Godetevi il video.

30 aprile 2009

"voi siete qui"

Sul sito de lavoce.info ho trovato questo test di "posizionamento politico" per le elezioni europee, e ve lo segnalo nel caso voleste divertirvi anche voi a "scoprire" a quale formazione politica italiana siete più vicini in tema di politiche europee.

Gli istituti di ricerca coinvolti nella realizzazione del test sono, per quel che ne so, affidabili (per esempio segnalo tra tutti l'Istituto Universitario Europeo di Fiesole) e pubblico qui, alla faccia della privacy e della segretezza del voto, il mio risultato, che mi sorprende, ma fino ad un certo punto.




Mi lasciano perplessa due cose in particolare:

1. che la mia supposta distanza dal PD sia di poco inferiore alla mia distanza dal PDL

2. come abbiano fatto ad individuare la posizione del PD, visto che un programma definito e univoco per le europee io ancora non l'ho visto (ma forse dalla Francia mi sono distratta...).


Ciò detto, se avevo dei dubbi su cosa votare ora ne ho ancora di più.



29 aprile 2009

E se i 27 sono tutti come il nostro, siamo a posto...


Pochi giorni fa a Tolosa il PSE ha lanciato la campagna elettorale per le elezioni Europee. 27 paesi, 27 partiti, un unico manifesto per cambiare l'europa.
Qui in Francia non si parla d'altro e Martine Aubry è fierissima di questa unione dei Partiti Socialisti Europei intorno all'obiettivo di essere maggioranza nel Parlamento Europeo per provare a realizzare il programma comune.

Belle parole, ok, un po' di retorica, va bene, però, comunque, mica male. La domanda si è affacciata spontanea alla mia mente: ma per l'Italia, chi ha partecipato?

Qui trovate la risposta ed è inutile negare che mi ha provocato un'ondata di inesorabile tristezza.

p.s. la vignetta non è del tutto in tema, ma è troppo bella...

Update: il sempre solerte Valerio mi informa che a Tolosa c'era anche Fassino. Dunque la mia opinione? Bobo Craxi è impresentabilmente cialtrone (minuto 10 del video qui sotto) e Fassino (al minuto 27 circa) dice delle falsità (come che il PD ha 1/3 dei voti dell'elettorato italiano ) e parla di una politica di sinistra che in Italia sinceramente non ho visto... Però parlano entrambi in francese (complimenti per l'impegno).