
In una via stretta e lunghissima del quartiere in cui vivo c'era un edificio largo e basso di mattoni rossi.
Ora al posto di quella scritta colorata ed imponente c'è un alto cancello di metallo a nascondere un cantiere.
Quando il cancello è aperto per consentire il passaggio dei camion e degli altri macchinari, come questa mattina, si può vedere che del magazzino di legname in disuso sorgono ancora le mura perimetrali.
Si legge ancora, a distanze regolari, una scritta fatta con un grande pennello e della vernice nera: "VIETATO FUMARE", come a ricordarne la vita passata.
E fa sorridere quel divieto, nel magazzino deserto, di uomini e di merce, sotto il cielo grigio e carico di pioggia.
Sui gradini dell'ultima rampa di scale che porta in superficie dalla metropolitana due uomini si incontrano. Uno, quello che scende le scale, è più anziano dell'altro e più sorridente, ha capelli grigi e vaporosi e veste in modo informale e comodo, è in pensione. L'altro è alto e slanciato nel suo abito scuro inappuntabile, porta occhiali leggeri e tecnologici, il viso lungo e appuntito rivolto verso l'altro in una smorfia che vorrebbe essere un sorriso di cortesia ma con il resto dek corpo impegnato nello sforzo di salire le scale in fretta, per correre al lavoro. Si stringono la mano, si scambiano un saluto che il più anziano vorrebbe forse meno frettoloso, mentre l'altro ha sul volto un'espressione di disagio, come al cospetto di un malato, e uno sguardo impaurito, come di chi teme di essere trascinato del vuoto dalla caduta di un altro o di essere risucchiato dalle onde dalla disperazione di un naufrago. Si separano, una forza misteriosa che li trascina in direzioni opposte.
Il giovane si allontana, turbato e nervoso come un bianconiglio moderno.
Interno di un ristorante sino-giapponese come tanti. Famiglie e coppie che mangiano ai tavolini nella luce soffusa del locale rinnovato nel nuovo stile di moda in città. Aspetto seduta su uno sgabello alto involtini primavera e ravioli al vapore. Accanto a me c'è un uomo, la pelle scura, i lineamenti orientali. Guarda con tenerezza dietro al bancone una donna con una bambina in braccio: la sua famiglia. La bambina ha circa quattro anni, sorride e abbraccia la madre, le accarezza i capelli raccolti in una coda corvina, con la goffa delicatezza dei bambini. Quando si avvicinano all'uomo, la bambina si protende verso di lui, per la sua dose di effusioni, guarda verso di me e mi regala il suo più bel sorriso sul suo piccolo volto aperto. Le parole che si scambiano, in una lingua a me sconosciuta eppure comprensibile, sono cariche di dolcezza e di affetto. Il gesto protettivo con il quale il padre sistema la maglietta sulla schiena alla bambina per coprirla meglio, quello con il quale la madre le sistema la molletta tra i capelli non hanno bisogno di chiavi culturali per essere interpretati. Sono i gesti della specie animale degli umani. Il calore di questa scena mi invade e non sento passare i minuti che mi separano dalla mia cena. A rovinare tutto non basta l'espressione indifferente ed arcigna di quell'altra cliente, troppo impegnata ad aspettare impaziente per riuscire ad accorgersi del mondo intorno a sè.













